giovedì 20 giugno 2013

La lettera del giorno: lo sfogo di un imprenditore

Riportiamo purtroppo senza citare la fonte, in quanto non conosciamo il giornale che lo ha pubblicato, questo articolo che ci è stato inviato a mezzo email da un collega.


giovedì 25 ottobre 2012

Impianti di trattamento a scarico zero

Spesso, senza entrare nel dettaglio delle motivazioni, vengono proposti impianti di trattamento a ciclo chiuso, quindi  a scarico zero. La maggior parte di questi impianti è realizzato utilizzando specie vegetali super bisognose di acqua, quindi deputate ad assorbire tutto il refluo in ingresso. Fin qui tutto perfettamente logico e funzionante: le dimensioni del bacino sono calcolate sulla base della quantità di refluo in ingresso e sulla capacità assorbente delle piante. Il sistema forse comincia a zoppicare un po' se il bacino non è protetto da adeguata copertura dagli eventi meteorici, in quanto ci si comincia a chiedere come facciano le super piante a bersi sia l'acqua reflua in ingresso all'impianto sia quella che ci piove sopra. Questo soprattutto considerando le intensità di pioggia degli ultimi anni: precipitazioni molto intense concentrate in periodi neanche troppo brevi. La situazione diviene ancora più critica se il bacino deve trattare anche le acque di dilavamento di superfici pavimentate, in quanto ci si trova a gestire picchi di scarico in ingresso e intensità elevate di pioggia ricadenti sopra l'impianto. L'incremento delle superfici non risolve il problema e neppure vasche di accumulo finali riescono a dare rassicurazioni. E' chiaro quindi che un trattamento del refluo così concepito non può garantire con certezza assoluta l'assenza di scarico.
Per mantenere efficiente il sistema è necessario almeno escludere le acque meteoriche ricadenti sopra il bacino.
Boer Group ha la soluzione. Ad impatto ambientale zero.

www.boergroup.it

mercoledì 1 agosto 2012

Calcestruzzi speciali

Alleghiamo con molto piacere un articolo pubblicato su InConcreto, dell'ing. Pagazzi, sperando di contribuire a diffondere la cultura dell'utilizzo di calcestruzzi prestazionali anche per opere minori!!!! Finalmente.
http://www.inconcreto.net/Articolo/237/Calcestru__i_speciali:_prescri_ioni_per_calcestru__i_ad_alta_resisten_a_meccanica_(HSC).html

venerdì 1 giugno 2012

Plinti per pali di illuminazione: come alberi senza radici!!


Il dimensionamento delle strutture secondo le Norme tecniche per le Costruzioni (D.M. 14 01.08) viene effettuato sulla base di vari parametri dipendenti anche dalle situazioni di installazione delle strutture stesse. Alcuni parametri comportano condizioni più restrittive e altri meno.

Focalizziamo ora l’attenzione sui PLINTI PER PALI DI ILLUMINAZIONE, un manufattino in calcestruzzo a cui spesso si dà poca importanza ma che necessiterebbe di qualche attenzione in più dato che solitamente è installato in zone ad alta frequentazione e in caso di sisma (e non solo quello) potrebbe creare danni a cose e persone. Molto sinteticamente i parametri di dimensionamento statico tengono in considerazione principalmente:

     dell’altezza e del peso del palo;
dello sbraccio;
delle condizioni di interro;
dell’azione del vento;
della classe di rugosità del terreno.
L’azione del vento per questa tipologia di prodotto è particolarmente importante. La norma divide l’Italia in zone a seconda delle caratteristiche di ventosità: dalle meno "ventose" (classificazione 1) come il nord ovest alle più "ventose" (classificazione 9) come le isole e il mare aperto. 
     Anche la rugosità del terreno incide notevolmente, tenendo in considerazione la distribuzione e le caratteristiche degli edifici nella zona di installazione: dalla classe A come le aree urbane alla classe D come aeroporti, mare, laghi etc., e cioè zone prive di ostacoli seppur ovviamente frequentate.
Concludendo, installare un plinto per pali di illuminazione in centro città a Milano o in zona costiera a Trieste non è proprio la stessa cosa!!
Il progettista e il direttore lavori dovrebbero quindi conoscere le caratteristiche dei prodotti e valutare bene se i parametri di dimensionamento sono idonei all’area di installazione.

Caratteristiche di impiego del PLINTO  per palo di illuminazione BOER GROUP:
Dim. max di base 1,19 x 1,26 x 0,85h m
 - Zona 8 (Trieste), cat IV, classe di rugosità terreno B;
 - Altezza palo fuori terra 7 m, sbraccio 1,8 m, peso palo 90 DN, peso corpo illuminante 14 DN;
 - Plinto completamente interrato;
Plinto verificato a stabilità.




giovedì 20 ottobre 2011

Acque meteoriche di dilavamento: disoleatore in continuo o trattamento di prima pioggia?

La scelta del trattamento più idoneo per le acque di dilavamento di superfici pavimentate scoperte è ancora spesso oggetto di opinioni discordanti.
Le differenze tra i due sistemi sono palesi e importanti soprattutto dal punto di vista gestionale: le vasche di prima pioggia sono bacini di accumulo per i primi 5 mm di acque meteoriche distribuite sul piazzale e presentano al loro interno una pompa per l'invio di tale acqua al trattamento, mentre i disoleatori in continuo non presentano apparecchiature elettromeccaniche e sono dimensionati per trattare tutte le acque di dilavamento durante l'intero evento meteorico, in continuo. Dato che entrambi i sistemi vengono installati e interrati e spesso dimenticati, non essere vincolati alla gestione di apparecchiature elettromeccaniche è indubbiamente un gran vantaggio (se la pompa di blocca, infatti tutte le acque vanno direttamente al bypass). Tuttavia la scelta non va effettuata solo sulla valutazione degli aspetti gestionali, ma analizzando la dimensione del piazzale, il posizionamento dell'impianto all'interno dello stesso, l'utilizzo che viene  effettuato del piazzale in particolare quali tipologie di merci vengono stoccate e se vengono effettuate lavorazioni anche durante l'evento meteorico. Va poi valuto il corpo recettore e quindi il grado di depurazione da raggiungere.

Semplificando il discorso si può affermare in generale che non conviene installare trattamenti di prima pioggia (vasche di accumulo + disoleatore a valle) ad angolo di piazzali di grandi dimensioni con il rischio di accumulare non più tutti i 5 mm del piazzale ma solo l'acqua della zona adiacente all'impianto. Discorso che va attentamente rivisto se sul piazzale possono essere presenti inquinanti non separabili solamente per gravità ma necessitanti di trattamenti di depurazione aggiuntivi con sistemi chimico-fisici o di filtrazione: depurare in questo modo una portata in arrivo in continuo pari ad un'intensità di pioggia di 200 lt al secondo per ettaro di superficie diventa piuttosto oneroso e complicato!

E' importante quindi valutare attentamente che la soluzione proposta sia adeguata alla tipologia di refluo da trattare: il rischio infatti è quello di investire su un sistema che non potrà garantire i risultati richiesti.
http://www.boergroup.it/

mercoledì 13 luglio 2011

Il filtro a coalescenza dei miracoli

Tra i capitolati che ci vengono sottoposti ogni giorno due in particolare ci hanno fatto sorridere. Il primo si trattava di un disoleatore realizzato con un'unica vasca in calcestruzzo, di diametro cm 230 per un'altezza di cm 200 circa. Tale vasca portava al suo interno un unico accessorio: il filtro a coalescenza dei miracoli. Così abbiamo infatti soprannominato quel piccolo ma miracoloso affarino che da solo è in grado di trattare una portata in ingresso di….udite udite… 100 litri al secondo!!!!!!! Certo, da solo perché in una vasca così piccola non ci si può aspettare di riuscire ad avere anche una separazione a gravità, dato che lo spazio necessario…semplicemente non esiste. Ecco, solo per capire cosa sono 100 litri al secondo…6.000 litri al minuto, 6 m3 al minuto… Piccolo, miracoloso super filtro!
Per non parlare poi della versione in classe 2, ossia senza filtro con processo separativo solo a gravità, dove con una vasca cubica da cm 250 di lato si riescono a trattare 700 litri al secondo!!!! Ma che tubi si utilizzano per una portata di 700 litri al secondo!? Da 1000 mm di diametro in calcestruzzo?!..beh…manca poco che siano paragonabili alla grandezza della vasca!
E grande Italia dove tutti possono certificare e garantire i miracoli!
http://www.boergroup.it/

sabato 26 marzo 2011

Qualcosa sui trattamenti naturali: la durata di un impianto

La fitodepurazione e la evapotraspirazione sono i trattamenti di depurazione più di moda degli ultimi tempi, ma è opportuno effettuare alcune considerazioni sulla manutenzione e sulla durata di questi sistemi.
Se una vasca di buon calcestruzzo viene garantita almeno 50 anni e in un impianto tradizionale vanno in sostituzione solo le apparecchiature elettromeccaniche, per l'impianto di fitodepurazione la situazione è un po' più complessa. E' pur vero che i materiali che costituiscono l'impianto hanno una durata molto elevata, tuttavia quello che determina la "fine" dell'impianto è l'impossibilità di effettuare una adeguata manutenzione (cosa che invece si effettua periodicamente in un impianto tradizionale). A livello radicale infatti, nel mezzo ghiaioso di riempimento, avvengono le reazioni biologiche di trasformazione della sostanza organica, ad opera di microrganismi deputati. Se quindi si parte dal principio che "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma", il materiale organico che è presente nelle acque di rifiuto viene trasformato parte in gas e parte in altro materiale che va a depositarsi negli spazi tra la ghiaia, concorrendo col tempo ad ostruirli completamente.  La fine viene decretata quando l'impianto non riesce più a garantire il normale deflusso delle acque a causa dell'intasamento. A quel punto è necessario sostituire completamente tutto il mezzo ghiaioso e poi ripristinarlo. E' quindi importante in fase di progettazione garantire superfici e volumi abbondanti per ogni abitante equivalente servito in modo da allungare la vita del sistema.